Lo xystus: la palestra coperta dove Antium veniva a respirare

Nel cuore della città alta, tra l'attuale Municipio (ex Villa Sarsina) e l'ex Villa Albani, le vecchie carte ricordano un grande edificio: teatro, dissero alcuni; circo, altri; più probabilmente uno xystus, una palestra coperta in forma di stadio, con le terme attaccate.

Di questo edificio oggi non si vede quasi niente. Ma chi lo descrisse quando ancora affiorava ci ha lasciato misure e dettagli che bastano a immaginarlo. Giuseppe Lugli lo vide in opera mista di reticolato e mattoni, databile agli inizi del II secolo d.C., e notò una cosa decisiva: le rovine proseguivano dritte sotto Villa Albani. Troppo lunghe per un teatro. Più adatte a una palestra.

Centoquindici metri di corridoio

La testimonianza più ricca è quella di Francesco Lombardi, che nell'Ottocento vide il complesso ancora in parte in piedi. Descrive un ambulacro sotterraneo a guisa di criptoportico, con le feritoie lungo il lato a nord: lungo centoquindici metri, con un lato parallelo a sud, distante venti metri e mezzo, già quasi demolito ai suoi tempi. Centoquindici metri non sono un corridoio: sono un edificio monumentale. E a nord, accanto, c'era un vasto bagno termale con pavimento a mosaico. Da lì venne fuori la statua di Marco Aquilio, un notabile della città. Passeggiata coperta, esercizio fisico, bagni e statue dei cittadini illustri: tutto nello stesso organismo.

Cosa vuol dire «xystus»

La parola non è generica. Vitruvio, nel suo manuale di architettura, chiama xystus il corridoio coperto dove gli atleti si allenavano d'inverno, al riparo; e xysta gli spazi aperti tra i portici. Quando Lugli parla di «uno xystus, in forma di stadio» sta usando il termine esatto. L'edificio anziate doveva avere un lungo corpo rettilineo, porticato, dove muoversi e camminare, chiuso a un'estremità da una testata curva. Un posto per il corpo e per il riposo, in mezzo alla città.

Il primo a dirlo fu Lombardi, nel 1847

La prima descrizione dell'edificio è del 1700, e la dobbiamo a una scoperta vicina: commentando l'iscrizione onoraria a Marco Aquilio trovata l'anno prima, Filippo Della Torre descrisse «un portico sotterraneo a volta lunata, che piega in cerchio a somiglianza di un anfiteatro». E a metà Ottocento l'edificio rischiò di sparire: i Mencacci ne avevano avviato la demolizione, e Antonio Nibby venne ad Anzio proprio per fermarla. Fu in quell'occasione, annota Jaia, che lo scambiò per il teatro descritto da Bianchini, regalando agli studi un secolo di equivoci.

L'idea della palestra non nasce con Lugli. Lombardi dedicò all'edificio un'analisi che oggi chiameremmo di archeologia dell'architettura. Contro chi lo chiamava teatro, il Nibby, misurò l'emiciclo: appena 10,55 metri dal centro alla circonferenza, troppo pochi per farci stare orchestra e tre ordini di gradinate; e notò che mancava ogni traccia dei due ingressi voltati prescritti da Vitruvio, che avrebbero dovuto bucare la volta dell'ambulacro, «che vedesi intera». Contro chi lo chiamava circo (Luigi Canina, in una dissertazione letta all'Accademia Romana di Archeologia nel 1837) fece i conti delle proporzioni: con una larghezza di 20,50 metri, un circo canonico non avrebbe superato i 143,50 metri di lunghezza, contro i 378,50 di quello di Boville; troppo poco per le corse, senza contare che i circhi si costruivano nelle valli, non sul ciglio di una collina come questo. La sua proposta: «un Ginnasio o Palestra», con l'area semicircolare a fare da stadio per i giochi ginnici: forse quello stesso, attiguo al teatro, dove Nerone dava i giochi Giovenali e Apollinari. Elencò le dodici parti canoniche del ginnasio antico, dai portici dei filosofi allo sferisterio, e le ritrovò una per una nei ruderi. Un secolo dopo, Lugli avrebbe dato a quell'intuizione il suo nome tecnico: xystus.

Non era un anfiteatro

Su un punto vale la pena essere netti: un anfiteatro ad Antium non risulta da nessuna parte. Le ipotesi serie oscillano tra teatro, circo e palestra, mai l'arena ellittica per le cacce e i gladiatori, che avrebbe richiesto tutt'altra forma. È vero che le fonti parlano di combattimenti di gladiatori e di un portico pubblico decorato con le loro immagini. Ma quello racconta una città che amava lo spettacolo, non un anfiteatro nascosto sotto le case della città alta.

Le terme attaccate alla palestra

Il bagno termale a nord è il dato più interessante, e anche il più sicuro. Una pianta rilevata non ce l'abbiamo tuttora; ma la testimonianza di Lombardi, che vide la «casa del mosaico» quando se ne conservavano ancora il pianterreno e i sotterranei, è quanto di più vicino esista a una visita guidata. Al centro l'aula nobile, con il pavimento a mosaico «il cui campo bianco è screziato di fogliami scuri», bordato da una fascia a quadrelli; da lì, per due gradini, si scendeva a due bagni, uno a nord e uno a sud, riconoscibili dal durissimo intonaco impermeabile che ne rivestiva gradini e fondo. Ai lati, camere minori pavimentate a mattoncini a spina di pesce, e una scala un tempo rivestita «di fino marmo» che calava al piano sotterraneo: cellette tutte foderate di signinum, con i sedili ricorrenti lungo le pareti, i condotti che immettevano l'acqua dall'alto e i cunicoli che la portavano via. Acque calde, forse derivate dal Caldanum e riscaldate di nuovo con l'ipocausto. Su quasi tutte le pareti, tracce di pittura: pesci dipinti tra festoni «così al vivo», scriveva citando Marziale, «che può dirsi: adde aquam, natabunt», aggiungi l'acqua e nuoteranno.

Di tutto questo oggi non si vede più nulla: la descrizione è rimasta, le stanze no. Quel che è certo è il legame diretto tra le terme e lo xystus, e la qualità dei mosaici. Quel che resta ipotesi è la forma esatta degli alzati.

I tre acquedotti che davano l'acqua alla città

Una città di terme ha bisogno di tantissima acqua. Antium ne aveva da tre acquedotti diversi. Il primo partiva dalla villa di Mecenate e portava acque termali: prima alle terme imperiali, poi al Ginnasio (cioè proprio allo xystus), poi al Circo, e quel che avanzava finiva alle terme pubbliche e private. Il secondo lo costruì il pretore Caio Lucrezio nel 170 a.C., prendendo l'acqua dal fiume Loracina: la stessa opera che ricorda Livio. Il terzo, il più importante, scendeva dai colli Albani e lo fece costruire l'imperatore Antonino Pio, portando l'acqua dei Castelli fin dentro la colonia. Una lapide rinvenuta in città, la ricorda Lombardi, attribuiva ad Antonino Pio (e, così riporta, a Vespasiano) il restauro degli acquedotti «guasti dal tempo», perché la città «non venisse in penuria di acque»: un beneficio che gli anziati ricambiarono con un altare chiamato Ara Pia.

Su questo punto, però, Lugli mise un paletto. Lui un acquedotto lo seguì davvero sul terreno: quello che prendeva l'acqua dalle sorgenti del Turco, quattro chilometri a ovest della città, correva parallelo alla spiaggia in leggero rilevato fino alla villa Sarsina, piegava a nord di essa e finiva in un grande castello di divisione delle acque al confine tra la via Anziatina e la villa Albani, proprio sopra lo stadio dello xystus. L'arco in laterizio che ancora si vedeva nell'orto sotto la villa Albani apparteneva per lui al restauro di Antonino Pio. Quanto al grande acquedotto dai colli Albani descritto da Lombardi, la sua verifica fu netta e impietosa: «ricerche da me fatte per rintracciare il percorso dell'acquedotto indicato dal Lombardi sono riuscite vane». La condotta dei Castelli, se esistette, aspetta ancora chi la ritrovi.

E il mare? Ancora nel 1879 si vedevano «vestigia dei bagni marini nell'Arco-muto del presente Anzio sino oltre Nettuno e in qualche tratto verso Astura»: stabilimenti per i bagni che correvano lungo tutta la costa, non solo sul pianoro. Le terme pubbliche dello xystus furono restaurate un'ultima volta nel 381–382 d.C. da Anicio Auchenio Basso, proconsole della Campania. Una città che teneva in funzione i suoi bagni mentre l'impero finiva.

Come doveva essere

Mettendo insieme i pezzi, si può immaginare così: un corridoio dritto di circa centoquindici metri per venti e mezzo, chiuso verso il mare da una testata semicircolare, con il portico di colonne su un lato e il muro con le feritoie sull'altro, e in mezzo la pista per gli esercizi. A nord, il blocco delle terme, più piccolo ma comunque monumentale, con le sale coperte a volta e i pavimenti a mosaico. Tutto quello che è disegno, però, va preso per quello che è: le fonti garantiscono l'esistenza, le misure di massima e la qualità, non la pianta stanza per stanza.

ElementoStato documentario
Criptoportico con feritoieAttestato da Lombardi e ripreso da Lugli
Misure 115 × 20,50 mAttestate dalle fonti ottocentesche
Vasto bagno termale a nordAttestato con sicurezza
Pavimento a mosaicoAttestato con sicurezza
Aula a mosaico, doppi bagni, sotterranei con sedili e ipocaustoDescrizione autoptica di Lombardi (1847); strutture oggi non più visibili
Ipotesi del Ginnasio/PalestraProposta da Lombardi (1847), ripresa da Lugli come xystus (1940)
Forma delle sale termali e alzatoRicostruzione tipologica

Dove

Tra il Municipio (ex Villa Sarsina) e la struttura sanitaria (ex Villa Albani), lungo l'odierna Via Aldobrandini (le descrizioni più antiche, da Lugli in poi, la indicano come Via Roma, di cui è la prosecuzione verso Villa Albani), nel punto dove si incrociavano le due strade principali della città alta. Oggi è quasi tutto sotto le case e non si può visitare: già nel 1940 Lugli del criptoportico vedeva «solo un piccolo tratto, rintonacato e ridotto a cantina, presso la villa Serena». Ma se ti fermi lì, in mezzo al traffico, sotto i tuoi piedi c'è una palestra di centoquindici metri dove gli anziati venivano a sudare e poi a farsi un bagno caldo.

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