Una cisterna, un salotto e un bersaglio: le tre vite del Cisternone

Una cisterna imperiale del II secolo d.C., trasformata nel 1743 in un padiglione di delizie da Galilei e Michetti, distrutta dagli inglesi nel 1813. Un solo edificio, tre vite diverse.

L'edificio che Lugli non vide

All'incrocio tra via Ardeatina e via Tripoli, sulla dorsale del pianoro di Santa Teresa, dentro il perimetro dell'antico vallo e vicino alla Porta Aurea, c'è una struttura che tutti chiamano «Cisternone». Quando Giuseppe Lugli studiò Antium, nel 1940, la saltò: probabilmente perché allora era nascosta dentro una costruzione moderna.

La prima a leggerla come reperto fu Pino Chiarucci, nel 1989, che la prese per una cisterna repubblicana al servizio della cosiddetta «villa del Semaforo». Poi, nel 2009, la Soprintendenza la scavò e la restaurò per aprirla al pubblico, sotto la guida di Francesco Di Mario. E lo scavo cambiò parecchie cose rispetto a quella prima lettura, come hanno raccontato Silvia Aglietti e Angela Patrizia Arena.

La cisterna prima del recente intervento di scavo e la planimetria attuale
La cisterna prima del recente intervento di scavo e la planimetria attuale (rilievo di F. Graziani). Fonte: Aglietti–Arena, Lazio e Sabina 8, 2012, fig. 2.

Com'era fatta la cisterna

L'impianto originario è un edificio a pianta rettangolare di circa 10 × 18 m, interamente costruito in opera laterizia, a due piani. Il piano inferiore, con quattro aperture lungo ciascuno dei lati lunghi, aveva funzione esclusivamente sostruttiva: non conteneva acqua. Il serbatoio vero e proprio era collocato al piano superiore, di cui rimane il pavimento in cocciopesto (materiale impermeabile a base di frammenti di cotto macinato nell'intonaco). Lo spazio interno era diviso per la lunghezza in due navate da tre grandi pilastri in laterizio.

Lo scavo ha portato alla luce, su tre dei quattro lati del perimetro, dieci contrafforti a pianta rettangolare disposti radialmente: angolari più grandi (lungh. 2,25 m, spess. 1,20 m) rispetto a quelli laterali (lungh. ~1,65 m, spess. ~0,90 m). Il piano di risega è contrassegnato da due file affiancate di mattoni bipedali. L'assenza di contrafforti sul lato nord-orientale è dovuta alla pendenza naturale del terreno.

I bolli laterizi recuperati dallo scavo confermano la cronologia imperiale: un bollo orbicolato menzionante il consolato di Petino e Aproniano ne fissa la data al 123 d.C. (figlinae Licinianae, gens Domitia); un bollo anepigrafe a tridente è databile fra il 196 e il 222 d.C.; vi sono inoltre bolli unilineari TIHE su tegole.

Planimetria della struttura romana sfrondata delle modifiche settecentesche
Planimetria della struttura romana sfrondata delle modifiche settecentesche: spazio unico a due navate, tre pilastri centrali in laterizio, dieci contrafforti radiali su tre lati (rilievo di F. Graziani, rielaborato). Fonte: Aglietti–Arena, Lazio e Sabina 8, 2012, fig. 5.

I confronti tipologici più precisi sono con le cisterne fuori terra del suburbio romano: Casale Bianco a Settecamini (I sec. a.C.), Castel di Guido e Tor Carbone (I sec. d.C.), e soprattutto la cisterna P della Villa dei Quintili sull'Appia (II sec. d.C.). In ambiente urbano il parallelo monumentale è la cisterna delle Sette Sale. Datazione: II secolo d.C., età imperiale, non repubblicana.

A chi serviva tutta quell'acqua

La cisterna era collegata alla «villa del Semaforo», residenza costiera con settore termale, situata immediatamente a nord della villa imperiale neroniana. Non serviva la Villa di Nerone, ma una villa privata adiacente. La posizione sulla dorsale, a quota superiore rispetto alle terme, consentiva l'alimentazione per gravità.

Lo scavo ha individuato anche, all'esterno sud-occidentale, due strutture di una fase tardo-repubblicana precedente: muro in opera reticolata di tufo, fondazione in opera cementizia. Frammento di anfora Dressel 2-4 (dal 70 a.C.) e di vernice nera documentano frequentazione tardo-repubblicana: l'area era già edificata prima della cisterna imperiale.

La seconda vita: il Caffeaus del cardinale (1743)

Nel 1743 l'area fu inglobata nella tenuta del Cardinal Neri Maria Corsini (Firenze, 1685 – Roma, 1770), nipote di Papa Clemente XII. Sopra i ruderi romani fece costruire un Caffeaus «a guisa di Torretta», presso il cancello di accesso alla proprietà alla Porta Aurea.

Il termine caffeaus indica una tipologia architettonica nata in Europa attorno al 1700 come risposta aristocratica ai caffè pubblici borghesi: un edificio privato nei giardini nobiliari, panoramico, lontano dalle formalità del palazzo. I più celebri esempi italiani sono la Coffee House di Palazzo Colonna (1731–33), del Quirinale (1741–44) e la Kaffeehaus di Boboli (1774–85). Il Caffeaus di Anzio (1743) era terzo in ordine di tempo tra i caffeaus romani, subito dopo il Quirinale.

Il progetto di Galilei, l'esecuzione di Michetti

Il progetto originale era dell'architetto Alessandro Galilei (Firenze, 1691 – Roma, 1737), lo stesso della facciata di San Giovanni in Laterano. Il legame con Neri Corsini era di patronato: Corsini aveva reso possibile il rientro di Galilei in Italia nel 1719. Il progetto per la villa anziate data al 1731.

Galilei non si recò mai ad Anzio, né in fase progettuale né esecutiva: il rapporto con il sito fu interamente mediato attraverso disegni e carteggi.

Galilei morì il 21 dicembre 1737: il Caffeaus fu costruito sei anni dopo, un progetto postumo. La realizzazione fu affidata a Nicola Michetti (Venezia, ca. 1675 – Roma, 1758), che apportò «sostanziali modifiche». Michetti dal 1718 al 1723 fu architetto di corte dello Zar Pietro il Grande a San Pietroburgo (Peterhof: padiglioni Monplaisir, Marly, Ermitage). Nel 1731–33 aveva costruito la Coffee House di Palazzo Colonna a Roma.

Cosa fece Michetti ai ruderi romani

Un atto del 1743 cita: «dove su la punta della cima delle mura antiche della città di Anzio verso mare vi è eretta di nuovo una fabbrica a guisa di Torretta detta Caffeaus». Michetti modificò la cisterna con tre operazioni:

  • Costruzione di volte a botte che suddivisero lo spazio in quattro ambienti.
  • Posa di pavimenti in commesso laterizio al piano inferiore.
  • Erezione della «Torretta» al piano superiore, il caffeaus come padiglione panoramico.

La terza vita, e la fine: gli inglesi, 1813

Carta Topografica di Domenico Tranquilli con il Caffeaus ancora integro
Carta Topografica dell'Infrascritti beni che l'E.ma Casa Corsini possiede nel territorio di Nettuno e Porto d'Anzio, di Domenico Tranquilli (1838), copia di un originale del 1773. Nel cerchio in basso, il Caffeaus ancora integro. ASRo, Disegni e mappe, coll. I, cart. 48, n. 44. Fonte: Aglietti–Arena, Lazio e Sabina 8, 2012, fig. 3.

Antonio Nibby (Viaggio Antiquario ne' Contorni di Roma, 1819) lo descrive già in rovina: «Il caffeaus stesso oggi è abbandonato e in rovina: esso è fondato sopra gli antichi avanzi sul culmine del promontorio… esso fu edificato l'anno 1743 dal Card. Nereo Corsini».

Il Caffeaus fu distrutto quasi certamente nel febbraio 1813, quando una formazione di navi inglesi occupò Porto d'Anzio per due giorni, violando il blocco continentale napoleonico. Nella ritirata i britannici distrussero fortini, Torre di Capo d'Anzio e strutture portuali. Il Caffeaus, con la sua «Torretta» dominante, fu quasi certamente scambiato per una struttura militare di segnalazione, o deliberatamente abbattuto come punto d'osservazione strategico.

Febbraio o ottobre 1813?

La data dell'incursione non è pacifica. La ricostruzione moderna, su cui si fonda questa pagina, la colloca nel febbraio 1813; ma Lombardi, che scriveva una generazione dopo i fatti raccogliendo memorie locali, la racconta al 5 ottobre 1813, con dovizia di dettagli: un vascello, una fregata, una corvetta e un brick salpati da Ponza «a pigliare vendetta di un affronto» fatto l'anno prima dalla guarnigione francese a una nave inglese; il cannoneggiamento dalle 11 all'imbrunire, con la fregata «conciata a tal segno da doversi ritirare»; due giorni di saccheggio; i fortini e la Torre «minati e fatti saltare in aria»; i bastimenti del porto portati via come prede. Le due versioni restano qui una accanto all'altra, in attesa di un riscontro d'archivio.

Lo stemma rimesso al muro

La vecchia Torre di Capo d'Anzio saltata in aria nel 1813 portava uno stemma pontificio «innocenziano», riemerso frammentato tra le macerie. Quando la batteria che l'aveva sostituita venne ricostruita, nel 1846, fu lo stesso Lombardi a consigliare di «incastonare nel muro interno della medesima lo stemma Innocenziano riordinato»: uno dei primi gesti documentati, ad Anzio, di quella che oggi chiameremmo tutela della memoria storica.

Lo scavo ha fornito la conferma archeologica: nello strato di abbandono del Caffeaus sono stati rinvenuti proiettili sferici in piombo per armi ad avancarica, databili a un periodo anteriore al 1823, l'anno in cui furono inventati i proiettili ogivali che soppiantarono le pallottole sferiche. Il deposito è dunque riconducibile con sicurezza all'episodio bellico napoleonico del 1813.

Rodolfo Lanciani, Antico Edificio Romano detto ora Coffee-House
Rodolfo Lanciani, Antico Edificio Romano detto ora Coffee-House (disegno inedito, SBAL, Archivio Disegni). A sinistra la pianta con i quattro ambienti voltati settecenteschi e i tre pilastri romani; a destra, in alto, lo schema decorativo del «bugnato della volta»; in basso, il pavimento laterizio. Fonte: Aglietti–Arena, Lazio e Sabina 8, 2012, fig. 4.
Frammenti marmorei rinvenuti nello strato di abbandono del Caffeaus
Frammenti marmorei di impronta tardo-barocca e neoclassica rinvenuti nello strato di abbandono del Caffeaus: una mano scolpita, un rilievo a rosone con motivo a conchiglia, un grande vaso con orlo a tesa scanalato. Documentano il livello decorativo del padiglione corsiniano. Fonte: Aglietti–Arena, Lazio e Sabina 8, 2012, fig. 8.

Sintesi delle quattro fasi

FaseDatazioneDescrizione
Tardo-repubblicanaI sec. a.C.Muri in opera reticolata di tufo: area già edificata prima della cisterna
Imperiale: cisternaII sec. d.C.Cisterna fuori terra a 2 piani (10×18 m), 3 pilastri in laterizio, 10 contrafforti, pavimento in cocciopesto
Settecentesca: Caffeaus1743Michetti su progetto postumo di Galilei: volte a botte, pavimenti in commesso, «Torretta» panoramica
DistruzioneFeb. 1813Incursione navale inglese: la «Torretta» abbattuta come struttura di segnalazione militare

Dove

Incrocio tra via Ardeatina e via Tripoli, quartiere Santa Teresa, Anzio. La struttura si vede dall'esterno, oltre la recinzione: al momento l'interno non è accessibile. Eventuali aperture future vanno verificate presso il Museo Civico o il Comune.

Tre vite, un solo muro di mattoni romani. La prossima volta che passi all'incrocio tra via Ardeatina e via Tripoli, ricordati che sotto quei resti c'è una cisterna che ha dissetato una villa imperiale, ha fatto da salotto a un cardinale e si è presa una cannonata inglese. Pochi edifici, ad Anzio, hanno vissuto così tanto.